La rivista FACCIATE– MATERIALI E TECNOLOGIE è ora anche on-line
Il sito che vi aiuta a scoprire nuove soluzioni e prodotti specifici per l'esterno dell'edificio
Una banca dati che si tiene aggiornata con le vostre segnalazioni e le risposte ai vostri dubbi
Questo sito nasce per accrescere e sviluppare la quadriennale esperienza della rivista “Facciate –materiali e tecnologie”.
Ambizione della rivista è fin dalla nascita quella di costituire un’utile guida per gli addetti al settore del recupero delle
facciate, in un’ottica che ha sempre privilegiato la conservazione e la riqualificazione del patrimonio esistente, opponendosi
ai rischi crescenti del suo degrado. Continueremo in questa direzione, non senza prestare attenzione anche alle nuove tendenze
e alle moderne esigenze abitative ed estetiche. La gamma dei materiali e dei prodotti cresce di giorno in giorno e le imprese
sviluppano tecnologie sempre più innovative, fornendo un vasto campo d’azione a chi opera in quest’ambito: questo sito vuole
stare al passo con i tempi e con le nuove esigenze e aiutare a districarsi fra le molte novità. Lo farà anche contando sulla
collaborazione dei lettori, i quali potranno dialogare costantemente con noi contribuendo agli aggiornamenti tramite le loro
conoscenze o stimolando con i loro dubbi nuovi dibattiti e approfondimenti.
Restauro e conservazione
Restauro e conservazione
Diversi esempi di restauro di edifici storici: il resoconto sui materiali e le tecniche impiegate completato da un profilo
storico dell'edificio.
Recupero e manutenzione
L'analisi dei cantieri che con nuovi materiali e tecniche moderne hanno modificato spazi migliorandone al contempo la destinazione
d'uso.
Progettista e DL: Prof. Ing. Arch. Marco Dezzi Bardeschi,
Consulenza tecnico-scientifica: Prof. Arch. Gabriella Guarisco
Strutture Ingg.: Alessandro Melani e Giovanni Becattini
Impianti: Prof. Ing. Giancarlo Chiesa.
Collaboratori: Arch. Ferdinando Zaccheo, Arch. Alessandro Campeggi
Impresa esecutrice: Spazio Edile srl, Milano.
Chiesa di San Ambrogio - Cantù (Co)
Cenni storici
Si tratta di un edificio del seicento la cui storia, a partire dalla soppressione dell’istituzione religiosa del 1784, è stata
segnata dagli utilizzi più disparati e impropri, da aggiunte di corpi edilizi “senza qualità” e da insensati abbattimenti, che
ne hanno risparmiato soltanto la struttura principale. Con la definitiva acquisizione da parte del Comune nel 1980, si è giunti
finalmente alla decisione di arrestare l’avanzante degrado per destinare il complesso a Centro Arti Popolari della città.
Intervento
Per un corretto recupero del sistema, in un progetto che evitasse sia reintegrazioni stilistiche che anacronistici ritorni ad un
“primitivo splendore”, si è reso indispensabile aggiungere all’esistente due nuovi corpi di fabbrica: uno sul prospetto nord e
l’altro sul prospetto sud, per realizzare – là dov’era il campanile – la nuova “torre” di collegamento verticale. I due nuovi
corpi sono stati ideati nel presupposto irrinunciabile dell’autonomia sia strutturale che “stilistica” dei nuovi interventi,
che pertanto risultano, senza alcuna ambiguità, nuovi. Essi costituiscono un’ulteriore stratificazione, che tende ad accrescere
il valore dell’insieme. Proprio per questo motivo sono progettati in autonomia strutturale: sono costruiti, si reggono e si
comportano in maniera indipendente dalla fabbrica storica. Inoltre si differenziano per l’uso dei materiali in opera: l’edificio
esistente è in muratura intonacata, i nuovi corpi invece sono in cemento armato, rivestiti in mattoni faccia a vista.
La particolare e complessa trama policroma del rivestimento esterno è stata ottenuta attraverso una sapiente posa di mattoni a
pasta molle «tipo a mano» di San Marco.
Chiostri della basilica di San Simpliciano - Milano
Progetto e DL: Stelline S:I. Spa. - Arch. S.Trinzioni, ing.B.Abbiati
Collaborazioni specialistiche
Strutture: Studio Tecnico Monecchi Associati
Impianti elettrici: ing. D.Rapella
Impianti meccanici: R.Santambrogio
Coord.Sicurezza, contabilità e cantiere: ing. R.Darnia, collab. Ing. P.Broggi (Studio Darnia)
Ditte esecutrici: Keim Farben Colori Minerali srl e Impresa Belluschi
Anno: 2003/2004
Cenni storici
La Basilica di San Simpliciano ha origine antichissime: edificata come chiesa paleocristiana da Sant’Ambrogio sul finire del 300,
fu poi completata dal suo successore, San Simpliciano; in seguito, nell’anno 881, si dotò di un monastero benedettino. Nel 1360 vi
fu ospitato Francesco Petrarca.
La costruzione del primo chiostro, adiacente alla basilica, viene fatta risalire al 1400; si ha notizia
di un ciclo di affreschi, attribuiti al Borgognone ed ora scomparsi, che decoravano le pareti del chiostro. Nel 1563 si dette avvio
alla costruzione del chiostro grande, detto “delle due colonne”, e successivamente si aggiunsero altri tre chiostri ora distrutti.
Ai primi del 1700, probabilmente per opera di Francesco Maria Richini, si eseguirono interventi sia di decorazione parietale del
chiostro piccolo, sia di costruzione di un grande scalone in forme barocche.
Sul finire del 1700 iniziò la decadenza del monastero, con la conversione del complesso in caserma di cavalleria; la destinazione
militare, che comportò gravi alterazioni della tipologia e del contenuto materico originario, rimase fino al 1934, quando
l’edificio venne destinato alla sede dell’Ordine equestre dei Cavalieri del Santo Sepolcro. Dopo i ripetuti bombardamenti della
seconda guerra mondiale, l’Ordine lo trasformò in un palazzo di foggia mediorientale e lo utilizzò fino al 1967; da allora vi ha
sede, assieme ad altre funzioni, la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale.
Intervento
L’intervento di restauro si è prefisso di recuperare i due chiostri con la finalità di dare sede moderna alla Facoltà Teologica e
di gestire le attività didattiche di livello universitario per quasi cinquecento studenti.
Il recupero si è posto l’obiettivo prioritario di ripristinare l’impianto abbaziale originario, restituendo alle gallerie di
deambulazione del piano primo la loro storica funzione di collegamento circolare e di disimpegno dei vari locali disposti
lateralmente ed attestati sui chiostri.
Si è in tal modo ripristinata la spazialità originaria delle gallerie illuminate da sequenze di occhi posti al di sotto delle
volte. La necessità di dare collocazione alla biblioteca dalla Facoltà ha richiesto un complesso intervento strutturale ed
architettonico per realizzare nuovi spazi interrati al di sotto di parte del piano terreno; qui ha trovato collocazione il
deposito degli oltre 150.000 libri della biblioteca. Al piano del chiostro grande la sala di lettura della biblioteca si attesta
direttamente sul giardino all’italiana, scandito da riquadri prativi bordati di bosso, da fontane e da roseti.
Il restauro delle partiture del chiostro delle due colonne ha riproposto il quadro materico e cromatico dell’impianto
cinquecentesco, con colonne in granito, archi e marcapiani lapidei, paraste, capitelli, triglifi ed archi in stucco ed ha
consentito la riproposizione di 72 affreschi raffiguranti busti di prelati e vescovi. Il quadro cromatico complessivo, ricostruito
a seguito di indagini stratigrafiche, ha restituito la pittorica completa, ma non antica, anche per finalità dimostrative della
decorazione complessiva.
Gli interventi di restauro hanno interessato, tra gli altri elementi, le volte del sottoportico del chiostro piccolo e le murature
perimetrali, risanate con l’utilizzo dell’intonaco deumidificante KEIM POROSAN e successivo ciclo di velatura con KEIM
CONTACT-PLUS e KEIM GRANITAL.
Sempre nel chiostro piccolo l’apparato decorativo è stato restaurato con l’impiego di pitture minerali a base di silicato liquido
di potassio KEIM GRANITAL. Nel chiostro grande è stato recuperato il colonnato grazie a malte appositamente formulate e al
relativo consolidante protettivo KEIM SILEX OH. Anche l’interno è stato interessato dai lavori di recupero: lo scalone principale,
ad esempio, è stato interamente restaurato con le pitture minerali KEIM.
Edificio via Manzoni 14 - Milano
Committente: Condominio di Via Manzoni 14 – Amm.ne Sandra Marcante
Ditta esecutrice Indagini Diagnostiche:Novum Comum sas – Divisione Sicme
Progetto e D.L.: Arch.Fabio Carria
Coordinamento Sicurezza 494: Arch. Guido Levi
CARATTERI E STORIA
L’edificio ottocentesco, appartenuto al Principe Trivulzio unitamente all’edificio di Via Manzoni 12 (attuale Museo Poldi Pezzoli),
ha subito la ricostruzione post-bellica delle fronti danneggiate dai bombardamenti su Milano e successivamente, negli anni ‘60-’70,
una serie di interventi che lo hanno portato all’attuale aspetto. Palazzo ex Principe Trivulzio è vincolato ai sensi della legge
n.1089 del 1/06/1939 (e successivi D.L.5 luglio 1972 n.288 e L.n.487 del 8 agosto 1972). Il paramento esterno è costruito in
materiale lapideo artificiale: trattasi di intonaco a calce e intonaco graffito su supporto in mattoni pieni. Bugnato, fasce e
contorni marcapiano, profili e modanature, maschere in ornato, cornici e aperture sono parte in lapideo naturale, ovvero arenaria
(pietra molera); parte in lapideo artificiale, ovvero cemento decorativo. La zoccolatura (h. cm.100) è costruita in materiale
lapideo naturale, il ceppo rustico.
PRINCIPALI CAUSE DI DEGRADO
La pietra molera è un’arenaria molto tenera, dall’aspetto grigio giallognolo (tipica del bacino dell’Adda). Questa sua
caratteristica di elevata lavorabilità ne ha diffuso l’utilizzo in architettura per la realizzazione di cornici, balaustre e
lesene .
Nel caso in esame, le ricostruzioni dei profili originari, che nel tempo avevano perso la definizione dei contorni, del modellato
e dell’ornato in arenaria con riporti perimetrali o superficiale e, in alcuni casi, con ricostruzioni di intere parti mancanti con
malte esclusivamente cementizie, sono la causa prima dello stato attuale dell’arenaria. Sulle superfici orizzontali (bugne) invece,
dove non è stato necessario intervenire con le malte cementizie, la presenza di una consistente pellicola pittorica ha compromesso
la naturale traspirabilità e la permeabilità al vapore acqueo dell’elemento lapideo. Per quanto riguarda invece le parti ad
intonaco, anch’esse sono interamente ricoperte da una pellicola di pittura di natura sintetica color marrone, che è stata applicata
sopra l’intonaco originario alla calce per coprire ed uniformare la leggibilità delle superfici, mascherando le rappezzature
cementizie. Dato che l’intonaco originale era decorato a finto mattone con delle piccole incisioni (anche queste causa di parziale
indebolimento) che richiamavano le linee dei laterizi, le rappezzature sono state eseguite facendo proseguire tale disegno, che
traspare nell’attuale strato pittorico. L’elemento forse più pericoloso, ai fini della vita delle superfici intonacate, è la
presenza di uno strato diffuso e generalizzato di rasatura a gesso, che potrebbe indurre la penetrazione di sali solubili.
Approfondimento: accurate indagini diagnostiche
INTERVENTO
Alla luce delle indagini diagnostiche svolte (vedi approfondimento poco sopra) e di quanto sopra esposto, l’intervento di
conservazione ha previsto i seguenti interventi: pulitura, asportazione delle integrazioni cementizie, nuove integrazioni con
malte di calce e sigillature, consolidamento, tinteggiatura a velatura e protezione finale.
1.L’intervento di pulitura ha previsto la rimozione della pellicola pittorica su tutte le superfici, eseguita di volta in volta
nei seguenti modi:
sulle parti intonacate a graffito finto mattone, con l’ausilio di martellina da discialbo e bisturi e avendo cura di non intaccare
l’intonaco originale sottostante e lavaggio delicato;
sulle parti intonacate senza il graffito, è stato asportato anche lo strato di rasatura a gesso individuato;
sulle superfici in modellato architettonico -dove le ricostruzioni cementizie sono generalizzate-, grazie all’ausilio di decapante
chimico (gel anticorrosivo dato in due strati di mm.2 ciascuno), lavaggio e spazzolatura manuale;
sulle superfici delle bugne e sui cementi decorativi a bugnato, con l’ausilio della microabrasivatura umida con carbonato di
calcio in rapporto acqua/inerte 1:2 e pressione di 3 bar.
2.L’intervento di ripristino delle integrazioni ha previsto:
-la rimozione totale delle rappezzature a base cementizia individuate sulle superfici ad intonaco e la nuova risarcitura delle
lacune con rappezzi di malta di calce colorata in pasta e inerti con granulometria e cromia idonei e simili all’esistente,
stuccature e ritocchi al decoro in finto mattone;
-la rimozione delle sole parti che si sono distaccate durante le operazioni di battitura e di verifica dell’adesione o quelle
ritenute molto degradate e prossime al distacco e la ricostruzione delle stesse con malta di calce Lafarge e aggregati idonei per
granulometria e colore: sabbietta fine e polvere di marmo gialla e nera.
Dopo l’intervento di pulitura è stata eseguita la rimozione dei rappezzi cementizi incompatibili. Per evitare pericolose
infiltrazioni d’acqua è stato effettuato un accurato intervento di sigillatura dei giunti e delle fessurazioni, ricreando per
quanto possibile una superficie nuovamente omogenea, meno attaccabile dalle azioni fisiche e chimiche dell’acqua e del particellato
atmosferico.
3.L’intervento di consolidamento e protezione ha previsto un consolidamento di tipo superficiale per le parti lapidee fortemente
decoese attraverso l’applicazione di una soluzione di estere etilico dell’acido silicico (e di etilstannosilossano) data in più
mani bagnato su bagnato. Il prodotto utilizzato è il Rhodorsil- RC70 (Rhone-Poulenc), ora chiamato Rhoximat HD RC70 (ditta Chem
Spec). Diversi prodotti commerciali a base di silicato di etile sono diffusamente impiegati per il consolidamento di arenarie:
grazie all’azione di un catalizzatore neutro reagiscono con l’umidità atmosferica e con l’acqua presente all’interno dei pori
della pietra, liberando alcol e formando un gel di silice (silice colloidale) che diventa il nuovo legante dei granuli disaggregati.
Non esibendo proprietà idrorepellenti, RC70 si presta in duplice funzione di consolidante e preconsolidante. La sua compatibilità
con i supporti lapidei è totale perchè la sua azione di aggregante nel recupero della struttura porosa non interferisce minimamente
sull’aspetto estetico finale.
Le superfici intonacate sono state consolidate con un trattamento corticale della coesione degli strati attraverso l’applicazione
di un prodotto a base di resine acriliche, Paraloid B72, in soluzione di solventi organici a lenta evaporazione con rapporto di
diluizione definito a seguito di campionatura, dato fino a saturazione; inoltre è stata applicata anche una sola mano di sola
acqua di calce prima della tinteggiatura a velatura.
La tinteggiatura delle parti intonacate è stata fatta con la tecnica della velatura con tinte a base di grassello di calce
opportunatamente additivate, nelle dosi minime, di resine acriliche in dispersione acquosa (Primal AC33) per renderle più
resistenti all’ambiente urbano fortemente trafficato in cui si trova ubicato l’immobile. La pigmentazione è ottenuta con cariche
non coprenti e coloranti inorganici.
La tinteggiatura delle parti delle modanature e dei contorni finestre, del bugnato a cemento decorativo è stata effettuata
anch’essa con la tecnica della velatura con tinte ai silicati di potassio stabilizzato.
L’operazione finale della protezione ha visto infine l’applicazione di un protettivo di tipo traspirante, incolore e compatibile
con funzioni idrorepellenti e non impermeabile a base di resine siliconiche opportunatamente disciolte in solventi organici e
ragie minerali che ne consentono l’ottimale assorbimento senza otturare i capillari dei materiali trattati pur garantendo un
ottimo effetto idrorepellente. Il prodotto utilizzato è stato il Rhodorsil Silirain 50 (Rhone-Poulenc, ora commercializzato da
Chem Spec).
Edificio c.so Venezia 42 - Milano
Anno: 2006
Committente: Condominio C/o amm.ne Geom. Agostini
Progetto, DL, 494: Arch. Fabio Carria
Impresa esecutrice: Belluschi snc.
Importo lavori: €. 115.000
L'edificio in c.so Venezia 42 a Milano è vincolato dalla Soprintendenza. Si sono eseguiti lavori di restauro conservativo delle
facciate con l'utilizzo di prodotti fotocatalitici
Novità che conserva: i prodotti fotocatalitici
Grazie alla ricerca ed al progresso tecnologico siamo in grado oggi di dimostrare come effettivamente lo sporco possa essere
combattuto con soluzioni piuttosto semplici e a bassi costi attraverso la fotocatalisi. Con una reazione chimica simile a quella
naturale della fotosintesi clorofilliana, una precisa sostanza detta fotocatalizzatore attiva, attraverso l’azione della luce, un
forte processo ossidativo. Tale processo porta alla decomposizione delle sostanze organiche ed inorganiche che entrano in contatto
con tali superfici. Tra questi prodotti, gli intonaci fotocatalitici rappresentano uno degli sviluppi più interessanti per il
mondo del restauro e del recupero del patrimonio edilizio esistente. Essi trasformano le sostanze inquinanti in residui non nocivi
per decomposizione dei microrganismi determinando un effetto di “antisporcamento” delle superfici trattate e un'azione
antibatterica ed antimuffa per ossidoriduzione fotocatalitica degli elementi mantenendo sempre alti i valori di permeabilità al
vapore acqueo e idrorepellenza. Le superfici fotocatalitiche infatti sono principalmente “autopulenti”: i depositi inquinanti che
sporcano le nostre facciate vengono distrutti trasformandoli in residui innocui e quantitativamente irrilevanti (principalmente
carbonati di calcio, nitrati e sali minerali). Quindi una facciata trattata con prodotti fotocatalitici annerisce in tempi
nettamente superiori ad una realizzata con prodotti normali, riducendo la periodicità dell’intervento manutentivo.
Intervento
Queste considerazioni hanno mosso tutti i soggetti coinvolti in una recente operazione di restauro conservativo di un edificio
privato milanese, fortemente esposto all’inquinamento da traffico veicolare, ad utilizzare un intonaco fotocalitico ai silicati.
Si è trattato di uno dei primi casi di utilizzo di prodotti fotocatalitici nel restauro e nel recupero di facciate private.
In questo cantiere sono stati utilizzati i prodotti della società TioTu, azienda che si occupa della promozione di prodotti fotocatalitici con biossido di titanio (TiO2).
Nel nostro caso abbiamo scelto:
TioTuFibromineral-ME quale prodotto rasante in polvere fotocatalitico traspirante e con effetto autopulente dalla notevole
flessibilità e resistenza ai raggi ultravioletti, all’usura ed all’invecchiamento; esso garantisce una forte adesione alle
superfici ed è idoneo per cicli di pitturazione inorganici quali silicati, silossani e calce. Applicato prima a taloscia e
poi tirato a frettazzo si ottiene una superficie omogenea, esente da ritiri e cavllature, dall’aspetto simile all’intonaco civile
a grana fine.
TioTuTiosol-ME è stata poi utilizzata quale pittura ai silicati. Questa pittura fotocatalitica a base di sol di silicati e di
silicato liquido di potassio ha una particolare combinazione costituita da pigmenti speciali e leganti nanometrici che consente
la sua applicazione non soltanto su fondi minerali, ma anche su una pluralità di supporti organici direttamente e senza ponti
d’adesione.
Palazzo Cova - Milano, via Carducci
Superfici interessate: Mq. 2500
Committente: Condominio via Carducci 36
Amministrazione: S. Marcante
Progetto e D L: arch. F.Carria
Coordinamento Sicurezza: arch. G.Levi
Rinforzi strutturali: Polis Engineering s.r.l.
Impresa esecutrice: Teco s.r.l.
Opere di restauro: Panta Res s.r.l.
Importo lavori: Euro 320.000,00
Anno: 2003
Durata cantiere: 9 mesi
Cenni storici
Il palazzo fu realizzato su progetto (leggermente modificato) dell’architetto Adolfo Coppedè nel 1910. Si tratta di un esempio
rappresentativo dello stile eclettico, diffusosi proprio a partire dal secondo decennio del novecento. Caratterizzano quest’opera
la particolare abbondanza degli elementi di sporto e il bel loggiato sporgente che impreziosisce la zona d’angolo.
Manutenzione come restauro conservativo.
Pulitura, consolidamento e protezione costituiscono l’insieme degli interventi che sono stati effettuati su questo importante
palazzo milanese, i quali possono essere compresi nell’accezione della manutenzione ordinaria.
La semplice ma attenta pulitura con sistemi assolutamente rispettosi di tutti i materiali esistenti, il consolidamento limitato
solo dove strettamente necessario, la ricostruzione delle parti rimosse perché realizzate con materiali non idonei, la messa in
sicurezza delle situazioni inaffidabili di alcuni sporti ed infine l’indispensabile protezione dei materiali rappresentano
l’insieme delle operazioni tecniche eseguite in questo intervento.
Maggiori particolari su questo cantiere in "Facciate", numero 2 anno 2003
Palazzo ex Monte di Pietà - Forlì
Cenni storici
L'edificio fu costruito nel ’500 sopra le rovine del Palazzo della Famiglia Orsi, distrutto su ordine di Caterina Sforza; i lavori
si protrassero con opere di ampliamento e di finitura per più di cento anni.
Si sviluppa su due piani e ha una pianta rettangolare; le murature portanti, sia perimetrali che interne, sono di tipologia mista
nel corpo interno (ciottoli, cotti e materiali vari) e di solo cotto sulle parti superficiali.
Danni alle murature
Le murature, è tipico, sono interessate da umidità di risalita dalle fondazioni, il che ha comportato lo sgretolamento degli
intonaci delle pareti interne fino a notevole altezza (circa 2 m.). Il fenomeno è meno visibile sulle pareti esterne, sia per la
maggiore ventilazionenaturale, sia specialmente perché nell’ultima ristrutturazione, effettuata nel 1930, si è deciso di lasciare
i cotti “a vista”.
Intervento
L’intervento di deumidificazione, iniziato nell’ottobre 2005, ha coinvolto la contemporanea presenza di più ditte restauratrici.
Si è inoltre presentata la necessità di preservare il più possibile le sottostanti rovine di Palazzo Orsi. Il lavoro è stato
svolto sotto la supervisione della Soprintendenza per i Beni Architettonici ed Ambientali di Ravenna.
Palazzo Milesi - Roma
Committente: privato
Progettista capogruppo e DL: arch. Enzo Pinci, Roma
Impresa esecutrice prima fase: Mannelli Costruzioni, S.E.I. 1983
Restauro dei dipinti: SEI 1983 dott. Gabriella da Monte
Inizio lavori: 2000
Caratteri e storia
L’edificio fu commissionato, almeno per la sua decorazione, dal proprietario Giovanni Antonio Milesi, letterato bergamasco, quasi
conterraneo di Polidoro da Caravaggio. L’architetto autore del progetto del Palazzo non è noto, certamente vi sono notevoli
assonanze soprattutto in pianta con il non lontano Palazzo Baldassini (1513/14) opera di Antonio da Sangallo il giovane, archetipo
dei Palazzi romani del primo cinquecento. Il cortile centrale, il portico tripartito e l’impianto generale rimandano di sicuro a
quell’area culturale. Il Palazzo nasce come rifusione di almeno due case medioevali esistenti sul posto: nel retroprospetto si può
ancora osservare una porta quattrocentesca. La pittura ha funzione di supporto all’architettura, ne sottolinea le partiture,
sostituendole con le decorazioni. Si tratta in realtà di un edificio molto moderno per i suoi tempi, di grande bellezza e
contenuto culturale.
La facciata
Gli autori della facciata sono Polidoro da Caravaggio e Maturino Fiorentino; questa è l’ultima opera documentata di Polidoro prima
del sacco di Roma del 1527, che lo vede esule a Messina, ragione per la quale dovrebbe essere possibile una datazione quasi certa
tra la fine del 1526 e l’inizio del 1527.
Dopo un basamento in bugne lisce di pura soliditas vitruviana comincia la parte dipinta. Nel primo fregio partendo dal basso la
“Storia di Niobe”, dipinta proprio dalla mano di Polidoro, in coloritura monocroma o grisaille di grande qualità, dove sono
rimasti lacerti integri raffiguranti Catone Uticense e vari altri personaggi. Nel secondo fregio, oltre ai celebri “vasi”, che
compaiono in infiniti testi pittorici successivi fino all’ottocento, episodi importanti della storia antica come il ratto delle
sabine, le leggi date da Numa Pompilio ai romani, scene di guerra e di vittoria e panoplie varie. Tra le varie scene il famoso
putto che sorreggeva una maschera color dell’oro, che dette il nome alla strada. Dice il Vasari descrivendo quest’opera: “..con
un’infinità di figure di bronzo, che non di pittura, ma paiono di metallo; e sopra altre storie lavorate, con alcuni vasi d’oro
contraffatti con tante bizzarrie dentro…con alcuni elmi etruschi…le quali opere (già ai tempi del Vasari 1550/1568! n.d.a.) sono
state imitate da infiniti che lavorarono di siffatte opere”. Tra le finestre del terzo registro altre figure importanti della
storia e della mitologia con grandi figure e paesaggi, sormontate da trofei (panoplie) che fungono da architrave delle semplici
cornici in travertino di Tivoli. Infine nell’ultimo livello, dove è stata recuperata l’antica loggia, alcune figure, perlopiù
femminili, in antiche vesti.
La particolarità di questa facciata è dovuta principalmente al fatto che essa è stata riprodotta e copiata nei secoli da numerosi
autori e studiosi, tra cui ricordiamo Alberti, Goltzius, Rubens e così via, sino ai due documenti da me maggiormente utilizzati ai
fini della ricostruzione storica, ovvero le incisioni di G. B. Galestruzzi del 1656 e un’incisione ottocentesca del Maccari.
Quest’ultima riportava l’impianto generale, nel quale era possibile leggere l’aspetto della facciata dopo i probabili danni del
terremoto che colpì Roma nella seconda metà del settecento. In quella funesta occasione erano andate perdute la decorazione della
parte terminale destra del palazzo negli ultimi due livelli e forse l’antica loggia.
Operazioni di ricostruzione storica e restauro conseguente
Le decorazioni pittoriche
Palazzo Milesi aveva quasi del tutto perduto la sua decorazione tornando ad essere un edificio anonimo nel panorama cittadino
(come l’antistante Palazzo Gaddi, anch’esso decorato da Polidoro e Maturino, ma ora semplicemente verniciato). In questo caso
la pittura, sia pure di altissima qualità, era - nelle idee progettuali della committenza e dei vari artisti che vi lavorarono -
considerata supporto e ornamento dell’architettura e andava quindi recuperata non per il valore antiquariale del lacerto integro,
ma per l’importanza di una decorazione che resta un elemento di architettura, seppur bidimensionale. La scelta di restauro si
orientò perciò sin dall’inizio sulla restituzione integrale dell’apparato pittorico esistente, con la colmatura delle lacune in
chiaroscuro, e questo per evitare che i lacerti pervenuti dopo le puliture chimiche e manuali galleggiassero in un mare di
intonaco indefinito, facendone perdere totalmente il senso. Questa anastilosi da me proposta ha incontrato subito molte prese
di posizione dei vari organismi preposti alla tutela del bene che alla fine però, con felice decisione hanno permesso di portare
a termine quest’operazione di recupero di una delle poche facciate dipinte giunte sino a noi. L’altra (sempre da me restaurata) è
quella del cosiddetto Palazzo Istoriato di Piazzetta dè Massimi, dietro Piazza Navona a Roma.
La loggia
Altro elemento di grande rilievo, di cui io sono egualmente autore, sono stati il ritrovamento (prima letterario, poi di alcuni
elementi superstiti) e la conseguente ricostruzione della loggia dell’ultimo livello. All’inizio dei restauri non mi era sfuggito
un particolare importante del testo su Palazzo Milesi scritto dal Vasari: “la loggia era colorita di grotteschine piccole stimate
divine”. Eppure, per quanto girassi, la loggia qui citata non esisteva più. Poi mi dette una grande luce sull’argomento un
importante saggio di storia dell’architettura scritto da G. Giovannoni sull’edilizia minore del tardo quattrocento, dove
comparivano numerosi edifici con la loggia all’ultimo piano; con un giro per la città fotografai molti di questi edifici e i resti
spesso tamponati delle antiche logge e vi ritrovai identici caratteri stilistici. Quindi, dopo un esame delle incisioni del Maccari
e il montaggio dei ponteggi, mi accorsi che nel Palazzo vi erano ancora degli elementi di travertino che sormontavano i dadi
(quelli che poi si sarebbero scoperti come tali) ai lati delle finestre dell’ultimo piano che guardacaso, a differenza di tutte
le altre, avevano le cornici di stucco, e non di travertino. A questo punto avevo la personale certezza che lì doveva essere stata
la loggia, e per prima cosa feci fare dei saggi al lato dei “dadi”, per vedere se intonaco e copertina di travertino giravano
all’interno rivelando perciò che si trattava di elementi esterni all’attuale tamponatura. Verificato questo, però, mi resi conto
di aver realizzato che lì sì c’era la loggia, ma non che forma precisa essa avesse: troppo poco per proporre alcunché, perché gli
edifici non si restaurano con sole ipotesi, soprattutto nel loro insieme consolidato dal tempo.
Infine, durante lo smontaggio della copertura soprastante il setto murario della facciata, rinvenimmo diversi elementi in
travertino a forma di cornice arcuata che posizionati prima a terra e poi sui dadi corrispondevano perfettamente alla dimensione
degli interspazi tra i dadi, tra le allora esistenti finestre A questo punto c’erano l’intuizione, la letteratura, i saggi e gli
elementi originali e la Soprintendenza accettò anche questo altro elemento di “ricostruzione”.
Intervento: la loggia e le decorazioni pittoriche
Dopo la demolizione delle tamponature e delle finte cornici, si iniziò l’opera. Furono usati degli elementi originali integrati
con elementi realizzati appositamente della stessa pietra e con lo stesso andamento di faglia, per cui è quasi impossibile
-soprattutto dopo la pulitura con carta giapponese e idropulitrice a bassa pressione - distinguere le parti originali da quelle
realizzate oggi. La loggia è stata poi tamponata con delle finestre di ferro e vetro che fanno leggere nella sua interezza le
bucature esistenti, così anche la totale eliminazione delle persiane permette una rilettura del monumento molto simile a quella
che doveva apparire ai tempi dell’invasione di Carlo V.
Le pitture di ripristino sono state realizzate in un tono più basso per farle distinguere dalle originali, ma ciò senza rinunciare
alla visione unitaria d’insieme di una facciata pittorica che, con tutta la sua bellezza, porta a nuovo risalto un dei modi
dell’architettura del Cinquecento romano che è Palazzo Milesi.
Il testo di questo articolo è dell’architetto Enzo Pinci, responsabile del restauro
Note e riconoscimenti: Il restauro, ancora in corso, è seguito dalle Sovrintendenze di Roma e dall’Istituto Centrale del Restauro
(arch. Giuseppina Filippi), dai sovrintendenti Zurli e Martines, da Claudio Strinati e dalla Dott.Tantillo e da numerosi altri
funzionari delle sovrintendenze. E in maniera speciale, dall’attenta proprietaria, Donna Teresa Massimo Lancellotti.
Portale del Seminario Arcivescovile - Milano, c.so Venezia
Inizio lavori: settembre 1999
Fine lavori: marzo 2000
Proprietà: Seminario Arcivescovile
Progetto e D.L.: Arch. Fabio Carria
Impresa esecutrice: Trivella s.p.a.
Responsabile restauro: Cesare Portosa
Coordin. Sicurezza: Arch. Guido Levi
Società di pubblicità: Cittabella s.r.l.
Importo lavori: Euro 40.000
CARATTERI E STORIA
Il portale d’ingresso al Seminario Arcivescovile in C.so Venezia a Milano risale al 1630 ed è opera del Richini. E’
caratterizzato da due cariatidi raffiguranti una la Pietà (oppure la Carità, o la Teologia) e l’altra la Speranza (o la Sapienza,
o la Filosofia), che furono scolpite in ceppo gentile; le sormontano due mascheroni dall’aspetto grottesco, conformi al gusto del
sensazionale tipico dell’epoca barocca. Sulla sommità, sopra l’elegante timpano recante al centro la scritta “Seminarium”, due
putti circondano uno scudo ovale con la scritta “humilitas” (che era il motto di San Carlo Borromeo, fondatore del seminario); le
scritte sono in bronzo, così come la croce e il bastone pastorale retti rispettivamente dall’uno e l’altro putto, nonché diverse
altre decorazioni che ornano questo maestoso portale.
INTERVENTO
Opere di restauro eseguite sulle parti lapidee: preconsolidamento, pulitura, consolidamento e protezione finale.
1.Preconsolidamento delle superfici lapidee maggiormente degradate e fragili con prodotti reversibili in soluzioni di
etilsilicato.
2.Pulitura differenziata a seconda delle zone, dei materiali e del livello di sporco; eseguita sulle due cariatidicon acqua
nebulizzata e con fotoablazione attraverso l’impiego di apparecchiature al laser.
3.Rimozione dei rappezzi cementiti e ricostruzionicon impasti di calce additivata ed aggregati simili ai materiali originari.
4.Consolidamento di tipo superficiale delle parti lapidee fortemente decorse con soluzioni di etilsilicato dato a più mani.
5.Protezione finale attraverso l’applicazione di prodotto traspirante, incolore idrorepellente e non impermeabile.
Progetto, metodologie e materiali regolarmente approvati dalla Soprintendenza per i Beni Ambientali ed Architettonici di Milano.
Materiali e prodotti utilizzati di primarie ditte quali Wacker-Chemie, Rhone-Poulenc.
Approfondimento: restauro delle decorazioni in ferro battuto
Teatro alla Scala - Milano
Tipologia: teatro lirico
Intervento:pulitura, consolidamento, recupero e tinteggiatura degli intonaci
Tecniche/Materiali: analisi diagnostica, pitture ai silicati
Cenni storici
Il Teatro alla Scala, tipico esempio di architettura neoclassica, fu progettato dall’architetto Giuseppe Piermarini per volontà
dell'imperatrice Maria Teresa d'Austria in seguito all'incendio che nel 1776 aveva distrutto il Teatro Regio Ducale. La Scala fu
inaugurata il 3 agosto 1778 e fino a poco tempo fa era storicamente considerata tra i teatri lirici il più importante nel mondo.
I cantieri della Scala
Si è molto sentito parlare degli interventi eseguiti sul teatro tra il 2001 e il 2004 sotto la direzione dell'architetto M.Botta,
che hanno comportato oltre al restauro anche l'ampliamento del corpo originario con l'aggiunta di due volumi in pietra, suscitando
non poche polemiche. Nell’aprile 1999, era stato però intrapreso sulla facciata piermariniana un altro restauro speciale: si è
trattato di un’operazione basata sull’attenta analisi storica e scientifica della struttura originale del monumento, sponsorizzata
da Akzo Nobel Decorative Coatings. Il punto di partenza era un grave stato di deterioramento causato sia dall’inquinamento, sia
dalla prolungata carenza manutentiva: il restauro - curato da Riccardo Zanetta con la Soprintendenza ai beni Artistici e ambientali
di Milano - ha previsto la pulizia e il consolidamento dei materiali lapidei della facciata (granito rosso e bianco) con finitura
antigraffio; il recupero e la tinteggiatura con colori inorganici degli intonaci; il ripristino dei serramenti in legno e delle
balaustra in ferro. Il progetto ha richiesto sette mesi di lavoro. Tutta la malta pre-esistente è stata rimossa e rinnovata prima
di essere riverniciata con prodotti Sikkens ai silicati. Akzo Nobel Decorative Coatings è presente in Italia con il marchio
Sikkens (marchio prestigioso nel settore delle vernici per l'edilizia, rivolto all'applicatore professionista). La facciata ha
ritrovato il color giallo paglierino originale: nell'impossibilità di trovare indicazioni cromatiche nei progetti originali,
l'esatta tonalità di giallo è stata desunta dalla famosa veduta di Piazza della Scala dipinta nell'Ottocento dall'Inganni.
Approfondimento: il colore tre anni dopo, un convegno
Villa Franke - Bellagio (Como)
Progetto e D.L.: Raffaele Ceresa – Studio Elle (Como)
Responsabile di Commessa: Roberto Segattini
Periodo lavori: settembre-dicembre 2003; marzo-giugno 2004
Impresa esecutrice: Trivella Spa
Cenni storici
Villa padronale (ex Villa Galimberti) con corpi annessi, realizzata in muratura di mattoni pieni in stile vagamente neo-medievale
tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. Sorge all’interno di un ampio parco con affaccio diretto al lago di Como.
Stato di conservazione
Gravi problemi affliggevano il manufatto, soprattutto in seguito all’incendio che lo portò a uno stato di semirovina per i danni
al tetto e ai solai lignei. L’esposizione alle intemperie delle compagini murarie, senza efficace protezione dall’alto aveva
indotto imponenti fenomeni di degrado e in particolare crescita di efflorescenze saline, presenza di biodeteriogeni e disgregazione
di alcune zone del paramento in mattoni. Le superfici esterne si presentavano in mattoni a vista e solo attorno alle finestre
permanevano lacerti di intonaco con decori geometrici a contorno delle cornici in cotto.
Principali interventi
L’appalto ha riguardato tutte le superfici esterne.
L’intervento è consistito in: spazzolatura a secco delle efflorescenze, applicazione di biocidi a più riprese, idropulitura a
pressione controllata a più riprese, brossatura manuale meccanica a umido, applicazione di trattamento antisalino, impacchi
localizzati, ciclo completo di intonaco alla calce naturale, tinta in velatura alla calce a effetto anticato, esecuzione di
intonaco a graffito bicromo su disegno, esecuzione di decorazioni a graffito bicromo sulle cornici di finestre e spallette di
porte e finestre, pulitura delle superfici in granito, sabbiatura e recupero delle inferriate, consolidamento corticale delle
cornici delle finestre in cotto, protezione finale.
Argomenti
Il ferro battuto in facciata
L'esigenza che ha ispirato l'approfondimento di questo tema è quella di ridurre il più possibile il danno sul materiale ferroso ad
esempio con pericolose saldature e di impedire riverniciature mal eseguite su ringhiere, balaustre e inferriate delle facciate
liberty, fortemente caratterizzate dalla presenza di questo materiale.
Analogamente a tutti gli altri elementi metallici presenti, sui ferri battuti si eseguono le tre operazioni principali: pulitura e
sverniciatura, trattamento di protezione antiruggine e verniciatura finale di protezione.
Per approfondimenti:
Ricostruire i ferri battuti con le resine: un cantiere - Vedi dettagli
L'intervento di recupero sul monumentale Portale del Seminario Arcivescovile ha permesso di ricostruire parti mancanti senza
operare falsi storici
Il crescente lavoro di recupero degli edifici antichi e prestigiosi ha aumentato in questi ultimi anni l’attenzione anche nei
confronti degli elementi in ferro battuto presenti sulle facciate. Di conseguenza sono state elaborate tecniche specifiche per il
loro restauro. Oggi finalmente cui si è resi conto dei danni provocati dai grossolani interventi del passato, per cui anche per
questi manufatti si procede alle indagini preliminari per stabilire le cause del loro degrado, bloccare l’ossidazione, restaurare
il manufatto e infine proteggerlo nella maniera più idonea.
STORIA
In merito al ferro battuto del Seicento occorre dire che anche in Italia, come in tutti gli altri stati europei, si accentuò in
quel periodo una produzione di elementi d’ornamento fortemente elaborati. Grazie all’avanzato progresso tecnico si giunse ad una
eccezionale malleabilità con questo materiale, che da solo, oppure unito al bronzo, veniva spesso appoggiato al marmo o alla pietra
in grandiose composizioni che ornavano i monasteri, le chiese, i palazzi e le ville con forme curve, riccioli, motivi floreali.
Era, quel genere di decorazioni, strettamente legato allo stile architettonico del periodo barocco. Le applicazioni in ferro
battuto contribuiscono in maniera determinante a caratterizzare l’immagine complessiva degli edifici di questo periodo,
aggiungendovi eleganza ed esclusività.
Per quanto riguarda in particolare questo palazzo milanese, sulla sommità del portale sono collocati due putti ornati coi simboli
pastorali che reggono lo stemma di S.Carlo Borromeo e una serie di nappe in ferro battuto. Il tutto verteva in gravi condizioni di
degrado (come si vede dalla foto scattata prima dell’intervento).
DEGRADO
L’ancoraggio alla struttura di sostegno di alcune nappe era totalmente degradato, per cui si era verificata la caduta di alcune
di esse. Inoltre, su quelle rimaste ancora attaccate, la sezione dell’anello di aggancio era così esigua da far supporre un
prossimo distacco entro breve tempo. Il corpo della nappa, nella maggioranza dei casi, era pressoché mancante di consistenti
porzioni di materiale originario e la ruggine ricopriva totalmente le parti rimaste. Lo stato di degrado delle campanelle era tale
per cui non si poteva ipotizzare la ricostruzione con altre parti metalliche: un simile intervento non garantiva un buon risultato
finale a causa delle condizioni del materiale originario, così compromesso da non assicurare l’ottimale saldatura o fissaggio.
INTERVENTO
Rimaneva una sola soluzione: la sostituzione completa con manufatti nuovi, prodotti in laboratorio, simili a quelli esistenti, ma
che di fatto avrebbe prodotto un falso storico. Di fronte a questa grave situazione si è optato verso una ricostruzione completa
di tutte le parti mancanti, nel seguente modo: desumendo le misure ed i profili originali dall’unica rimasta intatta, è stata
ricostruita la zona mancante con resina poliestere “armata” di microfibre. È evidente che il coefficiente di dilatazione della
resina è ben diverso da quello del metallo ferroso: la funzione delle microfibre è quella di garantire l’assorbimento di eventuali
dilatazioni del ferro, evitando fessurazioni o distacchi proprio nei punti di sigillatura tra i due materiali.
Una volta pitturato l’intero manufatto con una vernice di tipo micaceo, non si distingue più la parte aggiunta da quella originale
(come si può facilmente vedere dalle foto scattate dopo l’intervento). Occorre tener presente che i tempi di reazione della resina
sono molto brevi, nell’ordine di 15-20 minuti, per cui bisogna preparare tutto il necessario, rispettare le misure e studiare bene
la forma da ottenere in maniera molto accurata, preliminarmente al lavoro manuale. È importante avere molta cura nel trattamento
di pulitura e di passivazione delle superfici da trattare. Anche l’ancoraggio delle nappe al drappeggio è stato ricostruito con la
medesima tecnica e messo in sicurezza con fili di nylon trasparente, in modo da scongiurare un’eventuale caduta del manufatto in
caso di deterioramento della ricostruzione, proprio per le circostanze sopra espresse.
È bene precisare che tale intervento nei modi in cui è stato effettuato, per le condizioni limite in cui sono stati trovati i
manufatti in ferro battuto, può essere considerato come “sperimentale”, in quanto solo nnei prossimi anni si verificheranno le
reali condizioni di conservazione del corpo delle nappe, valutando proprio come la resina e le microfibre abbiano sopportato le
dilatazioni termiche tipiche del ferro.
Articolo comparso per esteso sulla rivista "Facciate", numero 1 anno 2005